venerdì 17 aprile 2009

La Vecchietta Cieca
Quella vecchietta cieca
che incontrai la notte
che mi persi in mezzo al bosco,
mi disse:" Se la strada non la sai
ti accompagno io che la conosco.
Se hai la forza di venirmi appresso
di tanto in tanto ti darò una voce
fino là infondo, dove c'è un cipresso,
fino là in cima, dove c'è la Croce...".
Io risposi: " Sarà... ma trovo strano
che mi possa guidare chi non ci vede...".
La cieca, allora, mi prese la mano
e sospirò: " Cammina ". Era la Fede.

Trilussa

lunedì 13 aprile 2009

venerdì 13 marzo 2009



III di Quaresima anno B
art. pubbl su Gallura&AnglonaXVII, 5 del 14 mar. 2009







Dopo aver contemplato la bellezza sconcertante di Dio nella Trasfigurazione passiamo alla seconda fase delle domeniche di Quaresima. Se le prime possono essere definite «cristologiche» a buon ragione possiamo definire le altre «teologiche», in quanto più marcatamente vogliono attirare la nostra attenzione sulle verità fondamentali della nostra fede.
Partiamo dal Vangelo. L’evangelista Giovanni, a differenza dei sinottici, pone all’inizio del ministero pubblico di Gesù la purificazione del tempio. Con questo gesto clamoroso, attirandosi le ire dei benpensanti il Signore colloca degli interrogativi precisi circa il rapporto del popolo di Israele con il Tempio.
Se da un lato questa istituzione diventa la “garanzia” di avere la dimora di Dio, la shekinà, in mezzo a loro, dall’altro lato vi era la degenerazione del culto in vuoto formalismo. Già i profeti molte volte avevano richiamato l’attenzione sul pericolo di un culto meramente formale e di un conseguente distacco tra la fede e la vita, tra le azioni rituali ed il cuore.
A questo legame strettissimo siamo richiamati dalla prima lettura dove nel libro dell’Esodo al cap. 20 Dio offre al popolo un decalogo che renda attuabile l’alleanza, cioè quel vincolo che li lega, piuttosto che un giogo senza senso portato per vuoto legalismo. Il Dio rivelatosi come il liberatore di Israele, suo alleato e amico, indica con questi precetti la strada della libertà e della fedeltà, seguendo la quale il popolo eviterà di lasciarsi sopraffare da altri dei. Il Dio che si dichiara «geloso» punisce, mostra la sua bontà per più generazioni e pretende la nostra fedeltà.
Il messaggio liturgico di questa terza domenica che ci prepara alla pasqua verte allora su come viviamo la nostra fede. La purificazione del tempio, l’istituzione più sacra, deve aiutare anche noi a far fuori tutti i cimeli della nostra religiosità per lasciare spazio a una vita di fede concreta. Il segno della quale non consiste in una vasta gamma di pratiche finalizzate a giustificare o addirittura tranquillizzare la nostra coscienza ma in un cambiamento radicale del nostro modo di pregare. Ben vengano allora le «formule» che però devono corrispondere al nostro sentire, ben vengano le pratiche di pietà che hanno aiutato tanta gente prima di noi a santificarsi, ma ci devono aiutare a metterci in discussione nel nostro cammino verso la Pasqua.
Un ultimo accenno alla seconda lettura dove facilmente vediamo ripetersi la vita delle comunità cristiane. San Paolo, scrivendo ai Corinzi parla di qualcuno che «chiede segni», altri che «cercano la sapienza» mentre i cristiani annunciano «Cristo crocifisso». I contemporanei di Gesù chiedevano dei segni per mettere alla prova la sua autorità e la sua messianicità. Ma Lui non solo li ha soddisfatti, ma ha compiuto dei segni che hanno spiazzato ogni diatriba. Ancora oggi molti chiedendo dei segni (in genere sempre gesti umanitari) pretendono di mettere alla prova la nostra fede. Ancora, secondo altri nella sapienza o nella scienza sta la salvezza del mondo… Ma noi, popolo di battezzati, cosa cerchiamo nella nostra fede? Cerchiamo un lenitivo alle nostre sofferenze, un palliativo davanti agli orrori del mondo oppure cerchiamo un incontro personale con Gesù Cristo? Se noi viviamo come serie di proibizioni il decalogo presentatoci nella prima lettura, se noi siamo in perenne spirito di contraddizione contro l’istituzione chiesa, della quale tutti facciamo parte con il battesimo, dove pretendiamo di incontrare Gesù Cristo? La quaresima allora vuole aiutarci a fare un esame circa la nostra fede e le sue motivazioni. Se san Paolo ricorda ai cristiani di Corinto che sono annunciatori di «Cristo crocifisso, scandalo per i giudei e stoltezza per i pagani» questa Parola è vera anche per noi. Quante volte la Parola di Dio ci scandalizza? Quante volte la nostra opinione si divide su certe tematiche perchè le reputiamo stolte o, con un eufemismo bonario, si dice che «non sono al passo con i tempi». Ma dobbiamo ricordare che Cristo è crocifisso… e la croce non è solo quel ninnoletto con cui abbellire gioielli e case. Perciò concludo citando un passo di un discorso del vescovo san Pietro Crisologo «La croce permanga a difesa della tua fronte. Accosta al tuo petto il sacramento della scienza divina. Fà salire sempre l'incenso della preghiera, come odore soave. Afferra la spada dello spirito, fà del tuo cuore un altare, e così presenta con ferma fiducia il tuo corpo quale vittima a Dio. Dio cerca la fede, non la morte. Ha sete della tua preghiera, non del tuo sangue. Viene placato dalla volontà, non dalla morte». In queste poche righe potrebbe esserci una felice sintesi per percorrere una buona quaresima.
II di Quaresima anno B


La seconda domenica del tempo di Quaresima nel ciclo B ci propone la bellezza ineffabile di Dio che lascia i tre apostoli senza parole… «è bello per noi stare qui» riesce a blaterare Pietro. Dio vuole condurre ciascheduno di noi su di un alto monte, sul Tabor, per mostrarsi a noi trasfigurato nello splendore della sua gloria, nella luce della sua Pasqua. Dio vuole lasciare anche noi senza parole dopo essersi mostrato a noi «così come egli è».
La prima lettura ci presenta il brano del sacrificio di Isacco, dove Abramo è invitato da Dio a prendere con sé suo figlio Isacco per recarsi su un monte che gli verrà indicato per offrirlo in sacrificio. Un uomo che ripone nel «figlio della promessa» la speranza di una discendenza, non esita a prendere il figlio a cui tiene tanto, e a incamminarsi al luogo in cui come dirà più tardi «Dio provvede».
Il vangelo, dicevo poco sopra, ci presenta la bellezza di Dio che si manifesta a noi sul monte Tabor. Una manifestazione che diviene anticipo della Pasqua dove Gesù spiega che «própria morte praenuntiáta discípulis, in monte sancto suam eis apéruit claritátem, ut per passiónem, étiam lege prophetísque testántibus, ad glóriam resurrectiónis perveníri constáret».
Ecco allora che l’antifona di Ingresso ci introduce al clima di preghiera di questa seconda domenica di quaresima:« Di te dice il mio cuore: “Cercate il suo volto”. Il tuo volto io cerco, o Signore. Non nascondermi il tuo volto» (Sal 26, 8-9).
Dobbiamo quindi affrontare il santo viaggio che ci porta in due luoghi diversi: il Moria e il Tabor. Se sul primo è sacrificata e messa alla prova la fede di Abramo (nostro padre della fede!) nel secondo ci viene chiesto di ascoltare il «Figlio prediletto» nel quale il Padre si Compiace. È difficile affrontare la salita che ci porta alla sommità… ma in entrambi i casi Dio vuole ricompensare la nostra buona volontà…
La quaresima diventa allora un viaggio verso il monte santo dove Dio ci parla e ci conferma nella fede, un viaggio che mira a togliere dalla nostra vita quanto non serve per purificare la nostra fede e «camminare davanti al Signore nella terra dei viventi».

venerdì 27 febbraio 2009

Prima domenica di Quaresima


art. pubblicato su GALLURA & ANGLONA, XVII, 4 del 25 febbr. 2009



La prima domenica di quaresima tende a completare nella celebrazione del mistero quanto già ci viene anticipato nel mercoledì delle ceneri e ci accompagna a meditare sulle particolarità di questo tempo di grazia.
La colletta della messa ci da delle indicazioni importanti che diventano richiesta a Dio circa la nostra condotta cristiana. Si parla di quaresima quale segno sacramentale della nostra conversione. È utile però ricordare cosa si intende per sacramentali: essi sono segni sacri per mezzo dei quali […] sono significati e […] vengono ottenuti effetti soprattutto spirituali. Per mezzo di essi gli uomini vengono disposti a ricevere l’effetto principale dei sacramenti e vengono santificate le varie circostanze della vita (cfr. Sc 60 e CCC 1667-ss).
La petizione è introdotta dal verbo “concedi” viene amplificata con la finalità di crescere nella conoscenza del mistero di Cristo, per testimoniarlo in una degna condotta di vita. Si chiede cioè che il tempo di quaresima non rimanga finalizzato alla penitenza, ma ha come suo fine principale conoscere il mistero del Cristo per esserne testimoni con la nostra vita.
L’autore dell’antica colletta, che troviamo tale e quale nel Sacramentario Gelasiano vetus num. 104 (sec. VIII), pone come primo obiettivo della quaresima la conoscenza del mistero (ad intellegendum Christi arcanum) come passaggio obbligatorio per fare una buona celebrazione della Pasqua. Indubbiamente il testo risente del fatto che all’epoca della composizione la Quaresima era il tempo catecumenale per eccellenza, quindi il periodo di digiuno che preparava al battesimo portando il catecumeno all’intelligenza dei misteri cristiani per poi testimoniarli nella sua vita.
L’incontro della comunità con il Cristo risorto è sostenuto in questo tempo dal deserto.

Il binomio quaresima-deserto è quindi particolarmente adatto per il cristiano che si pone alla ricerca di Dio. Non a caso l’anno liturgico in corso ci presenta nel ciclo B la pericope di Mc 1,12-15, dove Gesù dopo il battesimo viene sospinto nel deserto dallo Spirito. Ma quale può essere il deserto ai nostri giorni? Forse la maggior parte dei cristiani è legata ad un’accezione ecologica indicante caldo torrido e distesa sabbiosa… per cogliere in pienezza la portata semantica di questo lemma sarebbe opportuno scorrere tutto l’Antico Testamento, dove diverse volte il popolo di Israele si trova a fare i conti con la vasta realtà celata sotto il termine deserto. Per brevità possiamo dire che il deserto diventa provvisorietà in attesa della terra promessa, è luogo di tentazione e di mormorazione, di incredulità e di castigo, di scoraggiamento, di peregrinazione, di attesa e di veglia, nel deserto si sperimenta la guida e la protezione di Dio. Altresì è il luogo del fidanzamento di Israele con Jahvé, nel quale Dio ci attira per parlare al nostro cuore, è il luogo in cui siamo soli con noi stessi e incontriamo Dio, è il luogo della teofania. Umanamente vuol dire ritornare all’essenzialità, fare esperienza della solitudine in un luogo in cui ci siamo solo noi, il cielo e la terra. Nel deserto l’uomo viene messo a nudo e mette alla prova la sua voglia di vivere.
Il binomio quaresima-deserto ci riporta a rientrare in noi stessi per cercare il primo Adamo, o meglio ancora per riscoprire la nostra dignità di battezzati.
Un altro elemento importante al quale ci richiama il Vangelo di questa domenica è il digiuno. Il Santo Padre dedica tutto il suo messaggio per la quaresima 2009 a questa pratica penitenziale suggerendo alla cattolicità che «poiché tutti siamo appesantiti dal peccato e dalle sue conseguenze, il digiuno ci viene offerto come mezzo per riannodare l’amicizia con il Signore». In questo tempo di preparazione alla Pasqua lasciamoci trasportare dal messaggio della liturgia con il quale la Chiesa, madre e maestra, ci porta a contemplare e a vivere la bontà di Dio. Se nella nostra vita di fede passasse l’idea che i 40 giorni che ci preparano alla pasqua non sono solo privazione e penitenza, ma è tempo di conversione, confessione, ritorno e perciò mutamento dalla tristezza dovuta al rimorso alla gioia della vita nella grazia, il canto dell’alleluia la notte di Pasqua avrà un altro sapore… avrà il gusto della salvezza donata dal Padre in Cristo.

mercoledì 25 febbraio 2009

L'ITINERARIO QUARESIMALE
dal mercoledì delle ceneri al giovedì santo… dalla testa ai piedi


riflessioni di un cristiano


art. pubblicato su GALLURA & ANGLONA, XVII, 4 del 25 febbr. 2009



Non sempre abbiamo la giusta considerazione della liturgia nella sua globalità e di come avvolga l’essere umano nella sua corporeità. Il cammino quaresimale attraverso l’ordinarietà della celebrazione vuole guidare l’uomo per «ritus et preces» ad una purificazione generale che lo pervada anche fisicamente. Questo avviene mediante il segno dell’imposizione delle ceneri nel mercoledì che apre l’itinerario quaresimale e attraverso la lavanda dei piedi che lo conclude nel giovedì santo.
Il cospargersi di cenere è allora, il segno ancestrale del lutto e del dolore, unito ai sentimenti di caducità e di penitenza. Aprendo la quaresima ci viene ricordato nelle due formule liturgiche l’accorato appello alla conversione ed al ricordo che «siamo polvere e polvere ritorneremo». Questa azione rituale ci riporta all’antica liturgia del rito romano, allorquando nel mercoledì che precedeva la prima domenica di quaresima chi aveva peccati gravi da scontare riceveva dal vescovo di Roma (il papa) la penitenza pubblica e veniva inserito nella «classe dei penitenti». Durante il tempo della penitenza la comunità pregava per chi doveva espiare i peccati. Trascorso il tempo stabilito dal vescovo, nel giovedì santo i penitenti venivano riammessi alla comunione ecclesiale con una apposita celebrazione. Motivo per cui il rito romano conosce tre celebrazioni per il giovedì santo: una al mattino per la riconciliazione dei penitenti, una a metà mattinata per la consacrazione degli oli e una al vespro per la commemorazione della Cena del Signore.
Il nostro messale attuale, frutto della riforma liturgica del Concilio Vaticano II, ci propone di concludere la quaresima con il gesto della lavanda dei piedi, segno di carità ma anche di purificazione ( si vedano i testi del Vangelo di San Giovanni). La lavanda dei piedi ha un’origine molto antica: già sant’Agostino ne parla nei suoi scritti. Nel corso dei secoli questo rito rimane legato alla liturgia cattedrale fino a quando Pio XII, nella riforma della settimana santa del 1955, ne permette la celebrazione in tutte le chiese. Sebbene il rito tenda alla drammatizzazione e rievocazione della passione di Nostro Signore dobbiamo ricordare che si pone chiaramente come cerniera tra la quaresima ed il triduo sacro.
Ancora una volta la Chiesa predispone per i suoi figli un percorso ricco di segni sensibili nella speranza che ogni celebrazione sia per ciascuno unica ed irripetibile. Ogni anno ci viene data la possibilità di vivere in pienezza il tempo favorevole dei giorni della salvezza. Spetta a noi riconoscere i segni del passaggio di Dio nella nostra vita.




O Dio, nostro Padre, concedi, al popolo cristiano di iniziare con questo digiuno un cammino di vera conversione, per affrontare vittoriosamente con le armi della penitenza il combattimento contro lo spirito del male. Per il nostro Signore.

Concéde nobis, Dómine, praesídia milítiae christiánae sanctis inchoáre ieiúniis, ut, contra spiritáles nequítias pugnatúri, continéntiae muniámur auxíliis. Per Dóminum. Benedictio et impositio cinerum

giovedì 15 gennaio 2009

Sant'Efisio

Parlando di Sant'Efisio molti pensano che la sua festa liturgica sia il 1 maggio... Fino all'ultima riforma del Martirologio Romano invece la data della sua memoria liturgica è fissata al 15 gennaio. Riamne l'indicazione del Proprium Sardiniae.

Lascio una piccola indicazione biografica del santo.



La popolarità di questo santo, soprattutto in Sardegna e a Cagliari in particolare, dove il 1° maggio si svolge la solenne processione detta "il calendimaggio cagliaritano", dovuta al racconto del suo martirio scritto da un certo prete Mauro, che asserisce di essere stato tra i testimoni della gloriosa morte di S. Efisio "a principio usque ad finem", cioè dall'inizio dei terribili supplizi, ai quali il martire fu sottoposto, fino alla conclusione del cruento dramma. Gli studiosi non ne sono per nulla convinti e ritengono l'autore di questa Passio, scritta dopo la liberazione della Sardegna dai Saraceni, un insigne falsario.E’ difficile infatti dargli credito là dove afferma di aver fatto il racconto del martirio di Efisio su preghiera di questi, perché la sua morte per Cristo fosse di esempio ai posteri. La scarsa originalità del suo racconto ha fatto pensare al plagio degli Atti del martirio di S. Procopio, martire palestinese. Il Martirologio Romano pone il martirio di S. Efisio a Cagliari, il 15 gennaio, durante la persecuzione scatenata dall'imperatore Diocleziano.Pochi sono gli episodi originali e presumibilmente autentici narrati dal maldestro biografo di S. Efisio. Ciononostante questo testo ha avuto una straordinaria popolarità e ha fornito lo spunto a raffigurazioni pittoriche degne di ammirazione, come gli affreschi di Spinello Aretino, che in sette mesi, a partire dal settembre del 1391, dipinse nel Camposanto di Pisa l'intero ciclo della vita del martire cagliaritano.Il Lanzoni, nel suo commento al Martirologio Romano, dice: "Al tempo delle invasioni barbariche le reliquie del santo sarebbero state rimosse da una chiesuola, che esiste ancora presso Capo Pula, non lungi dall'antica Nora, e trasportate dentro Cagliari per maggiore sicurezza. In verità quella chiesa ha restituito due iscrizioni cristiane antiche, quantunque non datate. Ma nulla si conosce del martire, fuori della sua passione.Una volta S. Efisio era venerato dai sardi insieme con S. Potito di Sardica, questi il 13 gennaio e S. Efisio il 15. S. Potito, le reliquie del quale si venerano a Nora con quelle di S. Efisio, fu creduto sardo, mentre egli senza dubbio appartenne a Sardica. Fu martire orientale anche S. Efisio. Il culto di quest'ultimo ebbe nel 1793 un grande ritorno di fiamma, quando i sardi si opposero vittoriosamente ai Francesi, che tentavano di impadronirsi dell'isola. S. Efisio, al quale venne attribuito quel grosso successo militare, fu proclamato comandante supremo dei combattenti.