giovedì 1 ottobre 2009

DAMMI, SIGNORE, UN ALA DI RISERVA

Voglio ringraziarti, Signore, per il dono della vita.
Ho letto da qualche parte che gli uomini
sono angeli con un'ala soltanto:
possono volare solo rimanendo abbracciati.
A volte nei momenti di confidenza oso pensare,
Signore, che anche Tu abbia un'ala soltanto,
l'altra la tieni nascosta...
forse per farmi capire
che Tu non vuoi volare senza me.
Per questo mi hai dato la vita,
perché io fossi tuo compagno di volo.
Insegnami allora a librarmi con Te
perché vivere non è trascinare la vita,
non è strapparla, non è rosicchiarla:
vivere è abbandonarsi
come un gabbiano all'ebbrezza del vento;
vivere è assaporare l'avventura della libertà,
vivere è stendere l'ala,
l'unica ala con la fiducia di chi sa
di avere nel volo un partner grande come Te.
Ma non basta saper volare con Te, Signore:
Tu mi hai dato il compito di abbracciare anche il fratello,
e aiutarlo a volare.
Ti chiedo perdono, perciò,
per tutte le ali che non ho aiutato a distendersi:
non farmi più passare indifferente
davanti al fratello che è rimasto con l'ala, l'unica ala,
inesorabilmente impigliata
nella rete della miseria e della solitudine
e si è ormai persuaso di non essere più degno di volare con Te: soprattutto per questo fratello sfortunato
dammi, o Signore, un'ala di riserva.

Don Tonino Bello

sabato 6 giugno 2009

Vere dignum et iustum est, æquum et salutáre,
nos tibi semper et ubíque grátias ágere:
Dómine, sancte Pater, omnípotens ætérne Deus:
Qui cum Unigénito Fílio tuo et Spíritu Sancto
unus es Deus, unus es Dóminus:

non in uníus singularitáte persónæ,
sed in uníus Trinitáte substántiæ.
Quod enim de tua glória, revelánte te,
crédimus, hoc de Fílio tuo, hoc de Spíritu Sancto,
sine discretióne sentímus.

Ut, in confessióne veræ sempiternæque Deitátis,
et in persónis propríetas,
et in esséntia únitas,
et in maiestáte adorétur æquálitas.

Quem laudant Angeli atque Archángeli,
Chérubim quoque ac Séraphim, qui non cessant
clamáre cotídie, una voce dicéntes:
Sanctus, Sanctus, Sanctus Dóminus Deus Sábaoth...

venerdì 17 aprile 2009

La Vecchietta Cieca
Quella vecchietta cieca
che incontrai la notte
che mi persi in mezzo al bosco,
mi disse:" Se la strada non la sai
ti accompagno io che la conosco.
Se hai la forza di venirmi appresso
di tanto in tanto ti darò una voce
fino là infondo, dove c'è un cipresso,
fino là in cima, dove c'è la Croce...".
Io risposi: " Sarà... ma trovo strano
che mi possa guidare chi non ci vede...".
La cieca, allora, mi prese la mano
e sospirò: " Cammina ". Era la Fede.

Trilussa

lunedì 13 aprile 2009

venerdì 13 marzo 2009



III di Quaresima anno B
art. pubbl su Gallura&AnglonaXVII, 5 del 14 mar. 2009







Dopo aver contemplato la bellezza sconcertante di Dio nella Trasfigurazione passiamo alla seconda fase delle domeniche di Quaresima. Se le prime possono essere definite «cristologiche» a buon ragione possiamo definire le altre «teologiche», in quanto più marcatamente vogliono attirare la nostra attenzione sulle verità fondamentali della nostra fede.
Partiamo dal Vangelo. L’evangelista Giovanni, a differenza dei sinottici, pone all’inizio del ministero pubblico di Gesù la purificazione del tempio. Con questo gesto clamoroso, attirandosi le ire dei benpensanti il Signore colloca degli interrogativi precisi circa il rapporto del popolo di Israele con il Tempio.
Se da un lato questa istituzione diventa la “garanzia” di avere la dimora di Dio, la shekinà, in mezzo a loro, dall’altro lato vi era la degenerazione del culto in vuoto formalismo. Già i profeti molte volte avevano richiamato l’attenzione sul pericolo di un culto meramente formale e di un conseguente distacco tra la fede e la vita, tra le azioni rituali ed il cuore.
A questo legame strettissimo siamo richiamati dalla prima lettura dove nel libro dell’Esodo al cap. 20 Dio offre al popolo un decalogo che renda attuabile l’alleanza, cioè quel vincolo che li lega, piuttosto che un giogo senza senso portato per vuoto legalismo. Il Dio rivelatosi come il liberatore di Israele, suo alleato e amico, indica con questi precetti la strada della libertà e della fedeltà, seguendo la quale il popolo eviterà di lasciarsi sopraffare da altri dei. Il Dio che si dichiara «geloso» punisce, mostra la sua bontà per più generazioni e pretende la nostra fedeltà.
Il messaggio liturgico di questa terza domenica che ci prepara alla pasqua verte allora su come viviamo la nostra fede. La purificazione del tempio, l’istituzione più sacra, deve aiutare anche noi a far fuori tutti i cimeli della nostra religiosità per lasciare spazio a una vita di fede concreta. Il segno della quale non consiste in una vasta gamma di pratiche finalizzate a giustificare o addirittura tranquillizzare la nostra coscienza ma in un cambiamento radicale del nostro modo di pregare. Ben vengano allora le «formule» che però devono corrispondere al nostro sentire, ben vengano le pratiche di pietà che hanno aiutato tanta gente prima di noi a santificarsi, ma ci devono aiutare a metterci in discussione nel nostro cammino verso la Pasqua.
Un ultimo accenno alla seconda lettura dove facilmente vediamo ripetersi la vita delle comunità cristiane. San Paolo, scrivendo ai Corinzi parla di qualcuno che «chiede segni», altri che «cercano la sapienza» mentre i cristiani annunciano «Cristo crocifisso». I contemporanei di Gesù chiedevano dei segni per mettere alla prova la sua autorità e la sua messianicità. Ma Lui non solo li ha soddisfatti, ma ha compiuto dei segni che hanno spiazzato ogni diatriba. Ancora oggi molti chiedendo dei segni (in genere sempre gesti umanitari) pretendono di mettere alla prova la nostra fede. Ancora, secondo altri nella sapienza o nella scienza sta la salvezza del mondo… Ma noi, popolo di battezzati, cosa cerchiamo nella nostra fede? Cerchiamo un lenitivo alle nostre sofferenze, un palliativo davanti agli orrori del mondo oppure cerchiamo un incontro personale con Gesù Cristo? Se noi viviamo come serie di proibizioni il decalogo presentatoci nella prima lettura, se noi siamo in perenne spirito di contraddizione contro l’istituzione chiesa, della quale tutti facciamo parte con il battesimo, dove pretendiamo di incontrare Gesù Cristo? La quaresima allora vuole aiutarci a fare un esame circa la nostra fede e le sue motivazioni. Se san Paolo ricorda ai cristiani di Corinto che sono annunciatori di «Cristo crocifisso, scandalo per i giudei e stoltezza per i pagani» questa Parola è vera anche per noi. Quante volte la Parola di Dio ci scandalizza? Quante volte la nostra opinione si divide su certe tematiche perchè le reputiamo stolte o, con un eufemismo bonario, si dice che «non sono al passo con i tempi». Ma dobbiamo ricordare che Cristo è crocifisso… e la croce non è solo quel ninnoletto con cui abbellire gioielli e case. Perciò concludo citando un passo di un discorso del vescovo san Pietro Crisologo «La croce permanga a difesa della tua fronte. Accosta al tuo petto il sacramento della scienza divina. Fà salire sempre l'incenso della preghiera, come odore soave. Afferra la spada dello spirito, fà del tuo cuore un altare, e così presenta con ferma fiducia il tuo corpo quale vittima a Dio. Dio cerca la fede, non la morte. Ha sete della tua preghiera, non del tuo sangue. Viene placato dalla volontà, non dalla morte». In queste poche righe potrebbe esserci una felice sintesi per percorrere una buona quaresima.
II di Quaresima anno B


La seconda domenica del tempo di Quaresima nel ciclo B ci propone la bellezza ineffabile di Dio che lascia i tre apostoli senza parole… «è bello per noi stare qui» riesce a blaterare Pietro. Dio vuole condurre ciascheduno di noi su di un alto monte, sul Tabor, per mostrarsi a noi trasfigurato nello splendore della sua gloria, nella luce della sua Pasqua. Dio vuole lasciare anche noi senza parole dopo essersi mostrato a noi «così come egli è».
La prima lettura ci presenta il brano del sacrificio di Isacco, dove Abramo è invitato da Dio a prendere con sé suo figlio Isacco per recarsi su un monte che gli verrà indicato per offrirlo in sacrificio. Un uomo che ripone nel «figlio della promessa» la speranza di una discendenza, non esita a prendere il figlio a cui tiene tanto, e a incamminarsi al luogo in cui come dirà più tardi «Dio provvede».
Il vangelo, dicevo poco sopra, ci presenta la bellezza di Dio che si manifesta a noi sul monte Tabor. Una manifestazione che diviene anticipo della Pasqua dove Gesù spiega che «própria morte praenuntiáta discípulis, in monte sancto suam eis apéruit claritátem, ut per passiónem, étiam lege prophetísque testántibus, ad glóriam resurrectiónis perveníri constáret».
Ecco allora che l’antifona di Ingresso ci introduce al clima di preghiera di questa seconda domenica di quaresima:« Di te dice il mio cuore: “Cercate il suo volto”. Il tuo volto io cerco, o Signore. Non nascondermi il tuo volto» (Sal 26, 8-9).
Dobbiamo quindi affrontare il santo viaggio che ci porta in due luoghi diversi: il Moria e il Tabor. Se sul primo è sacrificata e messa alla prova la fede di Abramo (nostro padre della fede!) nel secondo ci viene chiesto di ascoltare il «Figlio prediletto» nel quale il Padre si Compiace. È difficile affrontare la salita che ci porta alla sommità… ma in entrambi i casi Dio vuole ricompensare la nostra buona volontà…
La quaresima diventa allora un viaggio verso il monte santo dove Dio ci parla e ci conferma nella fede, un viaggio che mira a togliere dalla nostra vita quanto non serve per purificare la nostra fede e «camminare davanti al Signore nella terra dei viventi».

venerdì 27 febbraio 2009

Prima domenica di Quaresima


art. pubblicato su GALLURA & ANGLONA, XVII, 4 del 25 febbr. 2009



La prima domenica di quaresima tende a completare nella celebrazione del mistero quanto già ci viene anticipato nel mercoledì delle ceneri e ci accompagna a meditare sulle particolarità di questo tempo di grazia.
La colletta della messa ci da delle indicazioni importanti che diventano richiesta a Dio circa la nostra condotta cristiana. Si parla di quaresima quale segno sacramentale della nostra conversione. È utile però ricordare cosa si intende per sacramentali: essi sono segni sacri per mezzo dei quali […] sono significati e […] vengono ottenuti effetti soprattutto spirituali. Per mezzo di essi gli uomini vengono disposti a ricevere l’effetto principale dei sacramenti e vengono santificate le varie circostanze della vita (cfr. Sc 60 e CCC 1667-ss).
La petizione è introdotta dal verbo “concedi” viene amplificata con la finalità di crescere nella conoscenza del mistero di Cristo, per testimoniarlo in una degna condotta di vita. Si chiede cioè che il tempo di quaresima non rimanga finalizzato alla penitenza, ma ha come suo fine principale conoscere il mistero del Cristo per esserne testimoni con la nostra vita.
L’autore dell’antica colletta, che troviamo tale e quale nel Sacramentario Gelasiano vetus num. 104 (sec. VIII), pone come primo obiettivo della quaresima la conoscenza del mistero (ad intellegendum Christi arcanum) come passaggio obbligatorio per fare una buona celebrazione della Pasqua. Indubbiamente il testo risente del fatto che all’epoca della composizione la Quaresima era il tempo catecumenale per eccellenza, quindi il periodo di digiuno che preparava al battesimo portando il catecumeno all’intelligenza dei misteri cristiani per poi testimoniarli nella sua vita.
L’incontro della comunità con il Cristo risorto è sostenuto in questo tempo dal deserto.

Il binomio quaresima-deserto è quindi particolarmente adatto per il cristiano che si pone alla ricerca di Dio. Non a caso l’anno liturgico in corso ci presenta nel ciclo B la pericope di Mc 1,12-15, dove Gesù dopo il battesimo viene sospinto nel deserto dallo Spirito. Ma quale può essere il deserto ai nostri giorni? Forse la maggior parte dei cristiani è legata ad un’accezione ecologica indicante caldo torrido e distesa sabbiosa… per cogliere in pienezza la portata semantica di questo lemma sarebbe opportuno scorrere tutto l’Antico Testamento, dove diverse volte il popolo di Israele si trova a fare i conti con la vasta realtà celata sotto il termine deserto. Per brevità possiamo dire che il deserto diventa provvisorietà in attesa della terra promessa, è luogo di tentazione e di mormorazione, di incredulità e di castigo, di scoraggiamento, di peregrinazione, di attesa e di veglia, nel deserto si sperimenta la guida e la protezione di Dio. Altresì è il luogo del fidanzamento di Israele con Jahvé, nel quale Dio ci attira per parlare al nostro cuore, è il luogo in cui siamo soli con noi stessi e incontriamo Dio, è il luogo della teofania. Umanamente vuol dire ritornare all’essenzialità, fare esperienza della solitudine in un luogo in cui ci siamo solo noi, il cielo e la terra. Nel deserto l’uomo viene messo a nudo e mette alla prova la sua voglia di vivere.
Il binomio quaresima-deserto ci riporta a rientrare in noi stessi per cercare il primo Adamo, o meglio ancora per riscoprire la nostra dignità di battezzati.
Un altro elemento importante al quale ci richiama il Vangelo di questa domenica è il digiuno. Il Santo Padre dedica tutto il suo messaggio per la quaresima 2009 a questa pratica penitenziale suggerendo alla cattolicità che «poiché tutti siamo appesantiti dal peccato e dalle sue conseguenze, il digiuno ci viene offerto come mezzo per riannodare l’amicizia con il Signore». In questo tempo di preparazione alla Pasqua lasciamoci trasportare dal messaggio della liturgia con il quale la Chiesa, madre e maestra, ci porta a contemplare e a vivere la bontà di Dio. Se nella nostra vita di fede passasse l’idea che i 40 giorni che ci preparano alla pasqua non sono solo privazione e penitenza, ma è tempo di conversione, confessione, ritorno e perciò mutamento dalla tristezza dovuta al rimorso alla gioia della vita nella grazia, il canto dell’alleluia la notte di Pasqua avrà un altro sapore… avrà il gusto della salvezza donata dal Padre in Cristo.